lunedì, 16 Marzo, 2026

Buona settimana a tutti: Israele invade il Libano, Putin torna su piazza e Trump è pronto a fare la guerra all’Europa. C’è da preoccuparsi ma in Italia ci lasciamo distrarre dal referendum…

Buon inizio settimana. Se il buongiorno si vede dal mattino c’è già da preoccuparsi.

La nuova settimana inizia, infatti, con una nuova guerra stavolta in Libano.

L’esercito israeliano (Idf) ha adottato uno stile putiniano per chiamare la nuova guerra. Si parla, infatti, di ampliamento dei movimento di terra, nei comunicati ufficiali rilanciati dalla stampa.

Mentre scoppia una nuova guerra l’Europa continua a viaggiare con circa 7 giorni di ritardo rispetto all’agenda quotidiana mondiale.

Il tema del giorno nel vecchio continente è quello del petrolio e del gas russo.

La guerra di Trump, casualmente, favorisce Putin. Il governo americano ha concesso una proroga alle sanzioni sul petrolio in transito.

Stavolta Trump non ci ha messo la faccia mandando avanti il segretario al Tesoro Scott Bessent (il ministro dell’Economia) per dire che la misura sarebbe stata “circoscritta e di breve durata” e “che si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione”.

Tradotto è il via libera che Putin aspettava per smerciare 150milioni di barili di petrolio al giorno ai paesi che avevano limitato le importazioni e calibrato le politiche energetiche su richiesta dell’America di Biden.

Il presidente-nonnetto aveva infatti in cima all’agenda geopolitica l’isolamento della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina decisa da Putin.

Assedio politico, culturale ed economico che non ha ragion d’essere per l’America di Trump, che ha spostato il baricentro della geopolitica americana dall’Europa al Pacifico in chiave anticinese.

Trump è tornato ad essere un interlocutore e gli effetti si vedono.

L’India sta accogliendo la flotta petrolifera russa per supplire al blocco dello stretto di Hormuz.

I cinesi rischiano di diventare dipendenti da Putin per le forniture energetiche dalla Siberia orientale alterando l’attuale schema dei rapporti che vede lo zar in difficoltà in Ucraina e il dragone alleato fondamentale in chiave propagandastica e politica anti occidentale.

Mentre il petrolio russo continua a fluire l’Europa discute.

L’Ungheria ha già fatto sapere agli ucraini che non devono protestare e devono riaprire i rubinetti verso il suo paese.

Con il tatto tipico della cultura autoctona Zelensky e i suoi consiglieri hanno fatto sapere che esiste una opzione militare per colpire l’Ungheria filoputiniana.

All’Ungheria, però, si è aggiunto anche il Belgio che non intende spendere miliardi in sussidi per tenere bassi i costi dell’energia e prospetta la realtà ai colleghi: la politica dell’America è cambiata, la fine dell’assedio alla Russia è vicino, non perdiamo tempo come al solito.

Appello caduto nel vuoto perchè inglesi (che pure non dovrebbero avere voce in capitolo nel dibattito comunitario essendo usciti fuori dall’Ue). tedeschi e francesi, hanno già fatto sapere che l’Europa continuerà ad aiutare l’Ucraina.

Intanto la settimana si apre anche con l’ennesima rissa scoppiata tra Donald Trump e i leader europei e della Nato, sempre legata ai problemi causati dalla guerra in Iran.

Trump, da guida del mondo libero, interpreta il ruolo in maniera assolutistica. E questo assolutismo traspare anche nelle modalità di dialogo con quelli che dovrebbero essere degli alleati alla pari.

Trump ha iniziato la guerra senza informarli e ora chiede, o meglio, vuole, o ancora meglio, ordina, che gli europei, la Nato e gli alleati dell’America in generale, intervengano nel golfo Persico per riaprire lo stretto di Hormuz garantendo una scorta militare al traffico commerciale.

La richiesta sarà suonata nella testa dei leader alleati più o meno così: Allora, caro amico e alleato, la mia guerra ha causato il blocco di Hormuz. Questo farà schizzare il prezzo dell’energia alle stelle nei vostri paesi. Se volete evitarlo, mandate le navi e scortate le petroliere che fanno uscire il vostro petrolio dal Golfo.

Sì più o meno suona come una estorsione a mezzo guerra.

I leader mondiali, però, non rispondono come Trump vorrebbe anche perchè, ormai, hanno capito che non c’è più niente da perdere.

La prima a sottrarsi all’arruolamento trumpiano è la vecchia Inghilterra ed è lo stesso Trump, a fine serata, a confermarlo alla stampa parlando di delusione per il no inglese.

La mattinata di lunedì non gli procurerà sollievo. Il tedesco Merz ha detto che la Germania non ci pensa ad inviare navi e uomini nell’area più pericolosa del pianeta e che nemmeno la Nato è coinvolta nelle operazioni di Israele e degli Stati Uniti.

Macron non ci pensa neanche ad infilarsi in una guerra medio orientale dai contorni indefiniti, dagli obiettivi confusi e dalle modalità esecutive estranee al buon senso.

Perfino l’Italia dell’amica Giorgia, mette le mani avanti con il ministro degli Esteri Tajani che assicura che l’impegno italiano è per una soluzione diplomatica della guerra in corso e che l’obiettivo è rafforzare la missione internazionale Aspides attualmente in corso a tutela del traffico marittimo del mar Rosso (sotto minaccia dei ribelli Houti filoiraniani).

Il premier spagnolo Pedro Sanchez, oltre a dire no all’uso dell’Armada, ci ha tenuto a ribadire gli effetti positivi della neutralità nella seconda guerra mondiale, aggiungendo che l’operazione avviata da Israele in Libano è vergognosa e che l’Unione Europea deve condannare la nuova guerra e difendere i civili libanesi come vengono difesi i civili ucraini.

Domenica sera Trump annunciava che disparati paesi alleati, come Giappone e Australia, avrebbero partecipato alla coalizione per Hormuz.

Non sappiamo se tra qualche ora, a pranzo, avrà preso atto della disastrosa e reale situazione della sua avventura mediorientale.

Mentre la settimana del mondo inizia così in Italia l’attenzione è in larga parte assorbita dall’avvilente dibattito referendario in corso.

La domanda è semplice, volete separare le carriere dei magistrati tra giudicanti e inquirenti?

Un fatto piuttosto tecnico si è trasformato in una continua bagarre politica che poco riguarda il merito della riforma.

La stampa racconta di un fronte del no in continua risalita.

Oddio il governo ce l’ha messa tutta, finora, per perdere una gara sulla carta già vinta. La guerra di Trump non aiuta.

Se domenica prossima le urne si aprono e la guerra è ancora in corso sai con che spirito andranno a votare gli italiani terrorizzati dall’impennata dei costi dell’energia?

Nonostante questo tra i due fronti, quello del sì e quello del no, è il secondo ad essere diviso.

Il leader di Azione Carlo Calenda voterà sì ma lascia libertà di scelta agli elettori perchè è un referendum tecnico. Matteo Renzi e Italia Viva si schierano e fanno campagna per il sì. Nel Pd esponenti di primo piano del partito sono per il sì, in testa la vicepresidente del parlamento europeo Pina Picierno. Nella sinistra della seconda repubblica le briglie sono piuttosto sciolte e parecchi voteranno sì ricordando che la riforma Nordio va nel solco del progetto riformista del ministro socialista Vassallo.

Il fronte del sì è piuttosto granitico e questo favorisce i partiti del centrodestra che stanno accelerando anche nelle scelte per le elezioni comunali profittando dello spirito di concordia assoluta che la battaglia referendaria impone.

Nei prossimi giorni ne sentirete di ogni, dal pericolo fascista a quello delle guardie rosse nei tribunali pronte ad assaltare i palazzi della politica fino a venerdì quando scatterà il silenzio elettorale che è il momento più bello della campagna elettorale, quello in cui tutte le parti si quietano.

Adesso, oggettivamente, con questo inizio di settimana che altro si può fare se non sperare di arrivare vivi alle urne?

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