L’Iran e la stampa non allineata per Trump pari sono e vanno bombardate.
Nelle ultime ore, infatti, il presidente degli Stati Uniti (per mancanza di competitor) ha parlato e ha attaccato con pari durezza dell’Iran, di Cnn e del Wall Street Journal.
La CNN, in primis, nonostante l’acquisizione da parte di Paramount del gruppo Warner (a cui la CNN appartiene), non ha capito l’aria da che parte deve tirare e si ostina a fare informazione.
In questo caso il peccato mortale della CNN è stato quello di aver trasmesso parte del discorso del nuovo Ayatollah Mojbata Khamenei.
La Casa Bianca non ha gradito e si è affrettata a farlo sapere al mondo:
“La CNN, che diffonde notizie false, ha appena trasmesso quattro minuti consecutivi di programmi televisivi di stato iraniani, gestiti dallo stesso regime psicotico e omicida che si è vantato di aver massacrato brutalmente gli americani per 47 anni”.
La CNN avrà tempo di apprendere che il suo nuovo editore è molto amico di Trump e che la musica deve cambiare.

Non contento di essersela preso con la CNN ha messo i puntini sulle i anche con il Wall Street Journal, il principale giornale economico degli Stati Uniti di proprietà dell’editore conservatore Rupert Murdoch detto ‘lo Squalo’ che, però, non ama troppo Trump.
Motivo del contendere un articolo sui dazi uscito sul giornale a novembre riesumato dal vice portavoce della Casa Bianca per commentare la conferma della riduzione dei dazi sulla pasta italiana:
“Quattro mesi fa, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo spazzatura in cui si affermava che la pasta italiana sarebbe ‘scomparsa’ dai supermercati a causa dell’amministrazione Trump, con l’intento di seminare il panico tra i consumatori americani. Si è poi scoperto che si trattava di una Fake news. La pasta italiana è ancora disponibile sugli scaffali di tutto il Paese”.
Dal regolamento di conti con la stampa nazionale alle vicende internazionali il passo è breve.
In queste ore, alla Casa Bianca, due capannelli assediano il presidente Trump. Un soggetto, è bene ricordarlo, che non è abituato a ragionare di massimi sistemi o ad approfondire le grosse vicende che riguardano il mondo libero.
Il primo capannello è guidato dal ministro della Difesa Pete Hegset uno che, è bene ricordarlo, un anno e mezzo fa faceva il conduttore televisivo e che, pur essendo, un invasato militarista ultraconservatore, si considera un templare moderno.
Su ispirazione di Israele e del premier Netanyauh, Hegset sta proponendo con una insistenza mai vista prima di radere al suolo, o in alternativa di bombardare ed occupare, l’isola di Kharg.

Kharg è uno sputo di terra di 20 chilometri quadrati situati nel punto più strategico del mondo, lo stretto di Hormuz. Nel corso del tempo il regime dell’Ayatollah ne ha fatto il principale hub petrolifero per il greggio di esportazione.
A beneficiare dell’esportazione greggio iraniano è soprattutto la Cina. Un paese che, a differenza dell’Iran, l’arma atomica la possiede ed è pronta ad usarla.
Non a caso in due settimane di guerra nessuno aveva proposto di colpire l’isola da cui, dall’inizio dei bombardamenti, sono usciti gli stessi quantitativi di petrolio dei 14 giorni precedenti al conflitto.
In sintesi l’Iran sta continuando a vendere il petrolio e ad incassare, incasso che gli consente di pagare militari e guardie della rivoluzione tenendo il paese sotto controllo assoluto.
Kargh è un obiettivo concreto, e infatti Teheran sta tentando di ridurre la dipendenza dagli impianti dell’isola con la riattivazione dell’ub petrolifero di Jask sul Golfo dell’Oman, al di qua dello stretto di Hormuz. Il problema qui è l’arretratezza delle infrastrutture che moltiplicherebbe per 5 i tempi necessari al carico dei supercargo destinati al trasporto del petrolio.
La delicatezza nella guerra non appartiene a nessuno, tantomeno a Stati Uniti e Israele. Anzi. Immaginare cosa potrebbe succedere in caso di occupazione è facile.
Un colpo sbagliato e salta tutto in aria. Con le difese iraniane, i civili iraniani, gli impianti iraniani, i soldati americani e israeliani sul campo e con tutti gli stabilimenti salterebbe in aria, da un giorno all’altro, la fornitura quotidiana di quasi 2 milioni di barile di greggio che si stima la Cina acquisti dall’Iran.
Il giorno dopo la Cina si ritroverebbe con un buco nelle forniture che potrebbe colmare solo incatenandosi alla Russia (tra un po’ ci sarà la gara tra Trump e Xi a farlo Santo) o acquistando il petrolio dal principale produttore mondiale, gli Stati Uniti che hanno appena bloccato il petrolio dell’altro player americano, il Venezuela.
Tra l’altro Trump non è un soggetto che comprende bene il concetto di opportunità, così, sul suo social personale ci ha tenuto a far sapere la sua sul fatto che il prezzo del petrolio sta tornando sopra i 100 dollari al barile.
“Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e il mondo. Non permetterò mai che ciò accada”.
Con queste premesse sarebbe la guerra che partirebbe da Taiwan per poi dare fuoco al medio oriente e poi al restante emisfero settentrionale del pianeta.
Contro la visione apocalittica che la proposta del ministro della Difesa comporta, si schiera il secondo capannello di ministri e funzionari guidato dal ministro degli Esteri Marco Rubio.
Un neoconservatore (amanti delle avventure mediorientali) che sembra una colomba. Cose mai viste. Rubio tenta di tenere il freno a mano tirato per non fare la fine del dottor Stranamore a cavallo della bomba atomica.
Manca un terzo capannello per incapacità manifesta del suo leader naturale, ovvero il vicepresidente JD Vance, di unirlo e guidarlo. Vance in tutto questo assedio si tiene lontano dalla scrivania dello studio ovale.
Vance, infatti, a differenza di Trump ha il problema del ‘futuro’. Nonostante la stravaganza Trump non riuscirebbe a ottenere una terza candidatura alla presidenza e Vance pensa seriamente di guidare i Maga alle primarie repubblicane bissando il modello Trump.
Vance però non ha gli attributi per incarnare il movimento Maga che, in questo momento, si sente abbandonato e tradito da Trump e che si appresta a starsene a casa quando, a novembre, il presidente li pregherà di andare al voto per mantenergli intatta la maggioranza a Camera e Senato.

E questo sarebbe un abnorme problema per Vance che sa bene che se si sedesse alla scrivania davanti al capo, non potrebbe dirgli di fermarsi e tornare a casa.
Non gli può dire che ci sono 11,8 miliardi di buone ragioni (quanto i dollari spesi per fare la prima settimana di guerra a 10mila chilometri di distanza dalla costa est del paese).
Non gli può dire che la guerra la pagano gli americani e che la guerra all’Ayatollah mette in crisi anche l’apparato di sicurezza interno. In Virginia, alla Old Dominion University, un ex membro della Guardia Nazionale con precedenti penali per terrorismo ha fatto irruzione in una sinagoga di Norfolk. L’assalitore, Mohamed Bailor Jalloh (che è stato ucciso dalla sicurezza della sinagoga e dell’istituto scolastico adiacente), nel 2016 era stato condannato a 11 anni di carcere per aver tentato di fornire supporto materiale all’Isis. Era libero da due anni e l’attacco all’Iran lo ha riattivato.
Tutto questo Vance non glielo può dire è allora sta zitto.
Come detto, non essendo abituato a ragionamenti complessi, Trump pare che si stia tenendo alla larga dai due capannelli e sia intenzionato a continuare a colpire duramente l’Iran pur in assenza di una strategia complessiva.
A cercare di trovare una ragion d’essere del conflitto in corso è ancora una volta Netanyauh, che una ne pensa e cento ne fa.
Mentre l’attenzione del main stream è concentrata sull’Iran e sui paesi del golfo, Israele annuncia l’invasione del Libano, i coloni continuano a macinare chilometri in Cisgiordania e si parla sempre più di reinsediamento a Gaza.
Però la guerra serve agli iraniani:
“Dico al popolo iraniano: il momento in cui potrete uscire verso la libertà si sta avvicinando. Noi siamo al vostro fianco e vi aiutiamo, ma alla fine dipende da voi, è nelle vostre mani. Questo non è più lo stesso Iran, non è più lo stesso Medio Oriente e non è più lo stesso Israele. Non aspettiamo, prendiamo l’iniziativa, attacchiamo e lo facciamo con una potenza senza precedenti”
E così andiamo avanti dando ragione a Kevin Spacey/Frank Underwood: benvenuti nell’era della morte della ragione.
