E’ necessaria una confessione. In redazione, alle pareti, non ci sono poster di Gigi D’Alessio. Nessuno ne sente la necessità. Eppure di Gigi D’Alessio siamo costretti a parlare per lanciare un salvagente ai tanti lettori che sono sprofondati nella palude del giornalismo d’inchiesta (se così si può dire) fatto a uso e consumo delle greggi che pascolano sui social.
Negli ultimi giorni una inchiesta di Fanpage (sempre se così si può dire) ha rilanciato alcune vecchie fotografie che ritraggono il giovanissimo D’Alessio mentre suona il pianoforte nella casa di Luigi Giuliano, storico boss della camorra di Forcella poi diventato collaboratore di giustizia.
Il servizio è stato presentato come una rivelazione. In realtà non rivela quasi nulla. Anzi, la cosa più sconvolgente è vedere Gigi D’Alessio con i capelli lunghi. Quelle frequentazioni erano e sono ancora oggi la normalità quotidiana a Napoli, come nelle altre città d’Italia. Un giovane cantante neomelodico lavora cantando a battesimi, cresime, comunioni e matrimoni (e siamo d’accordo che siamo in molti casi oltre il limite della decenza), e fortunatamente non deve chiedere ai clienti il casellario giudiziario, loro e dei partecipanti alle cerimonie.
Ed è qui che nasce il problema. Non con D’Alessio, ma con il modo di fare informazione.
Quando l’informazione diventa palude
Pubblicare oggi una fotografia di trent’anni fa, scattata in un contesto privato e tenendo conto che un cantante, canta e che la responsabilità penale è personale, non è giornalismo investigativo. È una operazione di rimestaggio gratuito.
Si prende un’immagine del passato, la si ripropone come se fosse una scoperta e la si immerge nel clima mediatico di oggi. Il risultato è una pioggia di reazioni social che si traduce in incassi (ma anche in un atto di onanismo intellettuale che offre qualche soddisfazione ai poveri di spirito) trasformando lo stagno delle notizie in una palude informativa dove tutto è diventato torbido.
Il valore di quella foto è più o meno lo stesso della fotografia di Silvio Berlusconi che canta con Mariano Apicella.
Quale colpa penale o morale di Berlusconi dovrebbe ricadere su Apicella? La risposta è semplice: nessuna.

Le relazioni tra artisti e potere esistono da sempre. E non riguarda solo gli artisti. E questa non è una scoperta del giornalismo digitale.
La storia della musica è piena di rapporti con il potere
Se vogliamo essere seri, allora bisogna dirlo chiaramente. Musicisti, artisti, sportivi, anche i giornalisti, hanno il piccolo difetto di essere ‘umani’. In quanto tali spesso si comportano in maniera ‘umana’, dunque si lasciano prendere dall’affanno dei bisogni quotidiani.
Concetto elevato che tentiamo di trascinare nella palude: il giocatore di calcio o il cantante che da 15/20/30 anni fanno battaglie culturali e politiche in difesa degli oppressi e dei poveri, che colpa ha quando si va a prendere una vagonata di petroldollari dalle più terribili dittature mondiali per esibirsi o giocare nella squadra locale? Nessuna, se non quella di essere umano.
Non parlamo di oggi ma dell’altroieri, di Jean-Baptiste Lully. Lully era musicista di corte del Re Sole, ai tempi in cui il potere era potere di vita e di morte. Lully ha scritto opere di una bellezza mozzafiato (sono anche su you tube) ma ha costruito la propria carriera stendendo letteralmente l’arte musicale come un tappeto ai piedi di Luigi XIV.
Il re lo finanziava e lo proteggeva. In cambio Lully costruì l’apparato musicale della monarchia assoluta francese e costruì opere musicali parte del cerimoniale di corte.
Lully non vi basta? Un altro che ha appecoronato l’arte al potente di turno è stato il grandissimo Ludwig van Beethoven che dedicò inizialmente la sua Terza Sinfonia, “l’Eroica”, a Napoleone Bonaparte. Quando Napoleone si proclamò imperatore, Beethoven cancellò furiosamente la dedica. Non sappiamo se per ragioni ideologiche o per gli incarichi elargiti dalla corte imperiale ad altri maestri, come il napoletano Paisiello. Ma il rapporto tra arte e potere restò lì, nero su bianco nella storia della musica.
È sempre stato così e lo è stato, in riferimento ad un cantante neomelodico, nella Napoli post bellica.
Il lavoro dei musicisti nei quartieri
Il circuito della musica popolare napoletana ha sempre funzionato soprattutto l’estesissima e competitiva rete delle feste private, matrimoni, battesimi e serate nei quartieri. Centinaia di cerimonie all’anno in spazi pubblici e privati, con fuochi d’artificio, vestiti coatti e, per l’appunto, il cantante di turno. Anche se è un neomelodico o un trapper che nei testi, dall’alto dei suoi dodici anni di vita, ci infila cocaina, sesso, coltelli e pistole.
E i cantanti oggi sconosciuti – come lo era Gigi D’Alessio all’epoca delle foto col boss Giuliano – continuano a chiamare dovunque li chiamano.
Era lavoro e lo è ancora. Non serve un trattato sociologia criminale. E’ la legge che lo dice: se la forza pubblica e la magistratura possono intervenire solo un minuto dopo che si è compiuto un reato, perchè un cantante neomelodico dovrebbe farsi domande etiche o morali su chi lo ingaggia per cantare?
Veramente si devono tirare fuori le foto giovanili di giocatori di calcio (cresciuti nelle periferie dove i banchetti con cantanti e fuochi d’artificio abbondano), o degli artisti dal passato ‘complicato’? Si deve parlare di etica o di morale dall’alto di quale pulpito? Quale sarebbe stata la colpa di Gigi D’Alessio?
Fare i Corona o fare i seri?
Il giornalismo dovrebbe distinguere tra ciò che è rilevante e ciò che è solo suggestivo. Una foto di trent’anni fa non diventa una rivelazione solo perché viene pubblicata oggi. E una esibizione musicale in una casa privata non è una prova morale o giudiziaria.
Il rischio è quello di trasformare l’informazione in una imitazione di quello che fanno personaggi come Fabrizio Corona: mescolare gossip, allusioni e vecchie storie per generare traffico. Con l’aggravante che almeno Corona non ci somministra i suoi prodotti con regolarità quotidiana…
Ma quello è spettacolo. Il giornalismo dovrebbe essere un’altra cosa.
Giù le mani da Gigi D’Alessio
Si può criticare la musica di D’Alessio. Si può discutere il gusto estetico del neomelodico. Si può perfino trovare discutibile quel mondo di feste private e matrimoni dove tanti cantanti si sono fatti le ossa.
Ma trasformare una vecchia fotografia in uno scandalo mediatico non aiuta a capire nulla. Serve solo ad alimentare rumore.
Giù le mani da Gigi D’Alessio.
E soprattutto giù le mani dal buon senso.
