Benedetto “Nitto” Santapaola è morto a 87 anni mentre era detenuto in regime di 41-bis. Era uno dei boss storici della mafia catanese e una figura di primo piano di Cosa Nostra. Negli ultimi giorni era stato ricoverato e le sue condizioni di salute si erano aggravate. La Procura di Milano ha disposto l’autopsia.
La sua morte chiude una parabola criminale lunga decenni. Ma non chiude la storia che Santapaola ha attraversato e, in parte, incarnato: quella di una Catania in cui potere, affari e violenza mafiosa hanno convissuto per anni.
Le origini e la doppia vita tra strada e “rispettabilità”
Santapaola nasce e cresce a Catania, nel quartiere di San Cristoforo. Le ricostruzioni biografiche lo descrivono come un ragazzo di estrazione povera, con una giovinezza segnata da piccoli reati che gli hanno aperto la strada nel mondo criminale catanese.
Nel tempo costruisce anche una facciata di rispettabilità. Un passaggio simbolico è l’ingresso negli affari, con attività imprenditoriali e legami nell’economia locale. Tra gli episodi più citati c’è l’inaugurazione, nei primi anni Ottanta, di una grande concessionaria d’auto a Catania alla presenza di autorità cittadine.
È il tratto che ricorre spesso nei profili giornalistici: un boss che punta a stare dentro la comunità, non ai margini. Un piede negli affari e uno nel controllo militare del territorio. Una novità per il modus operandi tipico della criminalità organizzata e che sarebbe diventato un vero e proprio modello per il business criminale delle famiglie etnee.
Catania e la Sicilia: potere, imprese, clan
La mafia catanese non è una copia di quella palermitana. Ha un radicamento forte nel territorio, un rapporto stretto con pezzi di economia, e una capacità di muoversi tra legalità apparente e illegalità sistemica.
Le cronache e gli atti giudiziari di quegli anni raccontano una stagione in cui la violenza mafiosa cresce mentre la città prova a presentarsi moderna e produttiva. È la cornice in cui matura la “guerra” tra gruppi e famiglie, fino alla fase più cruenta dei primi anni Ottanta.
I crimini e la stagione degli omicidi eccellenti
Le condanne e le ricostruzioni investigative attribuiscono a Santapaola un ruolo da vertice in numerosi fatti di sangue. Ci sono le stragi legate alle faide e agli equilibri di potere. Ci sono gli omicidi eccellenti che colpiscono uomini delle istituzioni e figure scomode.
Un punto centrale resta l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio 1984. La Cassazione ha riconosciuto in via definitiva Santapaola come mandante, insieme ad Aldo Ercolano.
Negli anni successivi le sentenze ne hanno certificato il coinvolgimento anche in altri capitoli della strategia mafiosa. Tra questi ci sono condanne per fatti legati alla guerra di mafia e, in diverse ricostruzioni, il suo ruolo nella fase stragista dei primi anni Novanta.

L’arresto nel 1993: la fine della latitanza
Santapaola viene arrestato il 18 maggio 1993, dopo una lunga latitanza. Le cronache dell’epoca e le ricostruzioni successive descrivono una cattura che segna un passaggio importante nella lotta ai grandi boss, nel pieno della stagione successiva alle stragi.
L’arresto è anche un evento mediatico e istituzionale. Esiste una documentazione pubblica della conferenza stampa di quel giorno, tenuta a Catania, che restituisce il clima di allora e la centralità del caso. Una testimonianza oggi resa disponibile grazie al lavoro di Radio Radicale.
Da quel momento Santapaola entra in un lungo ciclo di processi, condanne e detenzione dura.
Processi, ergastoli e 41-bis
Le sentenze arrivano su più fronti e in più anni. Santapaola accumula condanne pesantissime. Per l’omicidio Fava la Cassazione rende definitiva la condanna all’ergastolo.
Altre condanne e procedimenti lo collocano dentro i grandi snodi giudiziari della mafia di quegli anni, con un profilo da vertice e da mandante. In carcere resta per decenni, in regime di 41-bis. Gli ultimi anni li trascorre tra il penitenziario e ricoveri ospedalieri, fino alla morte nel circuito detentivo di Milano.
Una fine senza gloria, una vittoria senza retorica
La morte di Santapaola chiude una biografia criminale che ha pesato sulla Sicilia e sull’Italia. Non è un capitolo da mitizzare, né da ridurre a folklore. È un pezzo di storia giudiziaria e civile.
Resta la responsabilità della memoria. Resta il lavoro di chi ha indagato, testimoniato e pagato un prezzo altissimo. E resta un punto fermo: quando la mafia prova a diventare “normale”, è proprio lì che diventa più pericolosa.
